Mobilità sociale sponsorizzata: modelli, esempi e impatti sociali

Grazie al Progetto Mobilità garantita sono più di 8000 gli interventi di accompagnamento e trasporto realizzati in economia dai servizi sociali comunali dal 2007. Il progetto, ideato da MGG Italia srl, prevede la concessione in comodato d'uso gratuito della durata di quattro anni, di mezzi attrezzati al trasporto di persone con abilità motorie limitate a favore di Enti pubblici e soggetti del privato sociale, associazioni di volontariato o altri enti erogatori di servizi di assistenza alla persona.

Al Comune di Monza è stata data la disponibilità di 4 automezzi. Due sono in uso ai Centri Comunali per Disabili di via Silva e via Gallarana, uno all’associazione di volontariato Banca del Tempo e uno alla società cooperativa L’Iride onlus. Consentono ai cittadini in situazione di disagio di percorrere, assistiti, tragitti da e verso servizi sanitari e riabilitativi o di fare gite ed attività ricreative e socializzanti.

Le aziende private, acquistando spazi pubblicitari visibili sulla superficie degli automezzi, concorrono all’intera copertura dei costi (compresi bollo, assicurazione ed ogni tipo di manutenzione). Il costo può essere totalmente deducibile fiscalmente. Un modo per confermare o fare conoscere il proprio marchio in città aggiungendo valore sociale alle attività commerciali svolte. Una risposta concreta di rilevante utilità sociale.

Rinnovare la mobilità per persone disabili: obiettivo e destinazione delle risorse

L’assessorato alla Famiglia e alle Politiche sociali ha intenzione di rinnovare il comodato d’uso e lancia un appello per raccogliere adesioni il cui ricavato sarà utilizzato per l’acquisto di un altro automezzo da destinare ad una associazione o cooperativa che opera a favore di persone disabili. Per sensibilizzare e diffondere l’iniziativa verrà inviata una lettera a tutte le ditte e aziende della città.

mobilità solidarietà veicoli per disabili infografica

Profilo dei gestori e figure coinvolte

Specialista nelle relazioni con i donatori istituzionali per Polish Humanitarian Action, si è laureata in Sicurezza nazionale e Pubblica amministrazione all’Università Jagellonica di Cracovia e in Politica europea e studi di Governance al Collegio d’Europa a Bruges. Ha ottenuto una borsa di studio dal ministero degli Esteri in Polonia. È alumnus del Programma europeo di leadership a Bruxelles e della Scuola di leadership a Varsavia. Ha maturato la sua esperienza professionale all’ambasciata di Polonia a Parigi, all’agenzia di Investimento e commercio e presso il ministero degli Esteri a Varsavia, in Commissione europea e presso l’organizzazione internazionale non governativa CIDSE a Bruxelles, alla fondazione Kids Rainbow a Gaziantep, in Turchia. Ha collaborato con Kurier Europejski (ramo polacco del The New Federalist magazine) e Duel Amical.

Una definizione della mobilità sociale che sia condivisa da tutti coloro che hanno affrontato questo tema è, probabilmente, impossibile da trovare. Un confronto fra le tante definizioni che sono state date dai diversi studiosi mostrerebbe come esse divergano fra loro o per gli aspetti considerati rilevanti o per gli ambiti entro i quali condurre le analisi o, ancora, per le finalità da assegnare agli studi sulla mobilità o, infine, per tutti questi motivi insieme.

Definizioni, obiettivi e approcci storici

Un primo obiettivo delle ricerche sulla mobilità è lo studio degli spostamenti che individui o gruppi compiono nello spazio sociale. In questa prospettiva si distingue tra mobilità intragenerazionale e mobilità intergenerazionale. Con la prima espressione si fa riferimento ai movimenti, ai percorsi che l'individuo compie nello spazio sociale durante il corso della sua vita. La seconda locuzione riguarda, invece, il confronto tra la posizione sociale occupata da un individuo in un certo tempo t e quella che occupava suo padre o la sua famiglia di origine in un tempo precedente t-1. Appare subito chiaro che, perché si possa parlare di movimenti nello spazio sociale, quest'ultimo deve essere definito a priori e occorre, inoltre, assumere che tale spazio, almeno nella sua strutturazione di fondo, sia rimasto costante nel passaggio da t-1 a t.

Un secondo obiettivo che gli studi sulla mobilità si propongono è quello di descrivere e interpretare il mutamento sociale. L'analisi dei movimenti degli individui, delle famiglie, dei gruppi o delle classi da una posizione sociale a un'altra non solo fornisce informazioni sui comportamenti dei singoli, ma consente anche di trarre inferenze intorno alla struttura sociale entro la quale tali comportamenti si manifestano.

Un sistema sociale concreto, in un dato momento storico, può essere contraddistinto da un maggiore o minor grado di apertura, da meccanismi di chiusura che impediscono o limitano fortemente l'accesso a certe posizioni sociali, dall'esistenza di barriere formali o informali, da sistemi di regolamentazione del mercato del lavoro che possono ostacolare o agevolare la fluidità sociale. La quantità e il tipo di mobilità sociale possono essere letti non solo come il risultato delle azioni isolate dei singoli, ma anche come effetto dell'agire collettivo di classi o di gruppi sociali che finiscono con il modificare la struttura stessa della società.

In via di principio non esiste incompatibilità assoluta tra i due obiettivi, ma qualora li si voglia perseguire entrambi contemporaneamente si va incontro a qualche difficoltà. Studiare la mobilità come movimento richiede che tanto la struttura complessiva della società quanto i suoi assetti politico-istituzionali siano assunti come costanti, non solo nel corso della vita stessa di un individuo, ma anche nel trascorrere delle generazioni. Adottare come fine degli studi sulla mobilità l'analisi del mutamento sociale significa, invece, cercare di stabilire in qual modo l'azione dei singoli e dei gruppi sul mercato del lavoro, su quello delle credenziali educative e sugli altri luoghi dell'agire istituzionale modifichi i sistemi di disuguaglianza e le relazioni reciproche tra gli attori individuali e collettivi.

Riflessi filosofici ed economici

Alle origini della riflessione sociologica il tema della mobilità è stato affrontato in stretta connessione con quelli, più specificamente politici, del mantenimento dell’ordine sociale o, all’opposto, della trasformazione della società. Già Alexis de Tocqueville sottolineava come, a fondamento della democrazia, vi fosse l'eguaglianza delle opportunità, e in tutto il pensiero liberale del XIX secolo dominava in generale la convinzione che le società democratiche fossero ampiamente in grado di garantire a ciascun cittadino il posto che gli spettava in base alle sue capacità. La mobilità e, in particolare, l'ascesa sociale dipendevano solo dalle qualità 'morali' dell'individuo e dalla sua attitudine a superare le sfide poste dalla società.

Alcuni economisti, come ad esempio Stuart Mill, si rendevano conto che l'esistenza di imperfezioni nel mercato del lavoro, specialmente in alcuni settori, produceva barriere tali che lo stesso Mill giudicava quasi equivalenti alle distinzioni ereditarie di casta; eppure essi erano convinti che la scarsa o nulla mobilità di certi strati della popolazione fosse un fenomeno destinato a scomparire. La mobilità sociale non veniva considerata, perciò, un tema meritevole di essere studiato al fine di una migliore comprensione del funzionamento della società.

Mobilità Sociale

Note storiche: maestri e correnti

Anche per il marxismo la mobilità non era argomento al quale dedicare molto spazio. L'ascesa della classe operaia era considerata un mito liberale: la crescita del capitalismo avrebbe innescato un processo di pauperizzazione degli agricoltori, degli artigiani e dei piccoli imprenditori, spingendoli verso il proletariato. L'unica strada praticabile per il miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia era un avanzamento collettivo attraverso la lotta di classe. La mobilità sociale non veniva considerata altro che una selezione operata dalla classe dominante tra i membri delle classi subalterne, con il risultato di personalizzare il successo e il fallimento e, quindi, di ostacolare, attraverso l'indebolimento della solidarietà di classe, il processo di trasformazione da 'classe in sé' a 'classe per sé'.

Strumento di dominio e valvola di sicurezza delle tensioni sociali, la mobilità avrebbe l'effetto di consolidare il potere dei governanti: "Quanto più una classe dominante è capace di assimilare gli uomini più eminenti delle classi dominate, tanto più solida e pericolosa è la sua dominazione" (v. Marx, 1867-1894; tr. it., vol. III, t. 2, p. Il marxismo classico liquida dunque come poco rilevante il tema della mobilità sociale; le possibilità reali di ascesa della classe operaia sono assai scarse e, comunque, non tali da modificarne le condizioni di subalternità e di sfruttamento nelle società capitalistiche.

Questa posizione trova certamente fondamento in alcuni tra gli scritti di Marx, nei quali l'ascesa sociale è vista più come percorso di singoli individui che come processo di articolazione e di complicazione della struttura di classe. Su questa base, la sociologia di ispirazione marxista ha trascurato per lungo tempo questo tema, fino a considerarlo nient'altro che una 'problematica borghese'.

La formazione delle élites e la mobilità

Eppure l'analisi che lo stesso Marx ha fatto delle conseguenze della mobilità sulla struttura di classe è molto più articolata. John Goldthorpe ha dimostrato, attraverso un attento esame dei numerosi scritti nei quali Marx fa riferimento alla questione, che questo autore, pur non trattandola in modo esplicito e sistematico, le ha dedicato alcuni passi di notevole rilievo teorico. La tesi di fondo di Marx è che gli spostamenti degli individui da una classe all'altra e la capacità dei governanti di assimilare gli elementi migliori tra i governati sono fattori che ostacolano il processo di formazione delle classi.

illustrazione classi sociali Pareto aristocrazie

Stratificazione e dinamiche sociali

È soprattutto dal confronto delle società europee con la società americana che Marx trae sostegno per la sua tesi. La debolezza della classe operaia in America e, soprattutto, lo scarso sviluppo della formazione delle classi in questo paese, specie se messo a confronto con l'Europa, sono dovuti al continuo scambiarsi degli elementi di una classe con quelli di un'altra. Le stesse esigenze dello sviluppo capitalistico portano alla creazione di nuovi gruppi intermedi, quali i managers industriali e gli amministratori di società, gli addetti alle funzioni burocratiche e di controllo, i professionisti e tutti coloro che forniscono prestazioni di servizio all'organizzazione e al funzionamento della società capitalistica.

Nei suoi scritti, dunque, Marx introduce un tema assai importante per lo studio del mutamento sociale attraverso l'analisi dei flussi di mobilità: quello della incorporazione meritocratica nelle classi dominanti o élites, che avvia un processo il quale, se da un lato inietta efficienza e dinamismo nell'operare delle istituzioni economiche e politiche, dall'altro lato è essenzialmente conservatore nelle sue implicazioni per la struttura di classe nel suo complesso.

Pareto, élite e cicli storici

Il tema della formazione e del reclutamento delle élites è stato oggetto di attenzione anche da parte di Vilfredo Pareto nel suo Trattato di sociologia generale del 1916. L'idea fondamentale di Pareto è che ogni società storicamente esistita ha sempre avuto una 'classe eletta', un nucleo di persone dotate di maggiori capacità delle altre, di qualità tali da farle emergere e, di conseguenza, da portarle a esercitare il potere e l'autorità. Da questo punto di vista Pareto rappresenta la società come articolata fondamentalmente in due strati: lo strato inferiore, la classe non eletta; lo strato superiore, la classe eletta che si partisce in due: la classe eletta di governo e la classe eletta non di governo.

Questa immagine presuppone l’idea paretiana della estrema disomogeneità della natura umana. La disuguaglianza tra gli individui fa sì che alcuni siano inevitabilmente portati a emergere in un settore particolare della vita collettiva per maggior talento, capacità, abilità. Si forma così quella che Pareto chiama la "classe eletta non di governo". L'élite governante è composta da persone che, oltre a possedere qualità superiori, esercitano anche un'influenza sulla guida della società. L'appartenenza a un'élite non è necessariamente ereditaria: Pareto sostiene l’inevitabilità del succedersi delle élites e conclude che la storia è un cimitero di aristocrazie. La mobilità sociale per Pareto è necessaria al pacifico innesto nella classe dominante delle forze migliori che si sviluppano dal basso e che sono in grado di portare nuove energie e nuove idee.

Le trasformazioni del XIX-XX secolo e l’eredità teorica

Nel corso del XIX secolo e nei primi decenni del XX la mobilità sociale non ha mai costituito un oggetto di studio a sé stante. Le riflessioni sulla mobilità sono sempre accompagnate da considerazioni di carattere sociopolitico e inserite nel quadro delle trasformazioni della società e dei suoi assetti di potere. La pubblicazione del volume di Pitirim Sorokin Social mobility nel 1927 segna il punto di svolta: definizione delle coordinate teoriche e avvio di ricerche sistematiche. All'interno di questa cornice Sorokin evidenzia convergenze con Pareto e l'importanza di analizzare i movimenti sociali non come leggi universali, ma come fenomeni legati alle specifiche strutture di stratificazione: economica, politica e professionale.

La correlazione tra stratificazione economica, politica e professionale non è mai perfetta, ma esiste una stretta relazione tra di esse. La stratificazione economica, per esempio, è correlata alla possibilità di accesso a ruoli di potere e a professioni qualificanti, anche se possono emergere eccezioni. Sorokin sottolinea che nelle società complesse, la fluttuazione della stratificazione economica può essere limitata, mentre la stratificazione politica e professionale mostra fluttuazioni più ampie.

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